pubblicato da pinoscaccia sabato, 14 novembre 2009 , 23:15 in brasile
L’ultima fuga è finita, a Rio de Janeiro, il 18 marzo del 2007. Cesare Battisti stava in Brasile da tre anni, prima a Fortaleza, mischiato tra i turisti, e poi a Copacabana, nascosto in una casetta sulla montagna. Da allora, dal 2007, è rinchiuso a Papuda, penitenziario alle porte di Brasilia, dove aspetta di conoscere la sua sorte, di sapere cioè se la sua vita da fuggitivo è davvero terminata.Cinquantacinque anni fra un mese, Battisti scappa da quando era ragazzo. La prima fuga dal liceo, studi interrotti, vita da teppista. Primo arresto nel 72 a Frascati per rapina. Altro arresto due anni dopo a Sabaudia sempre per rapina e sequestro di persona. Nello sciagurato curriculum aggiunge anche una denuncia per atti di libidine su un’incapace. Nel 77 altro arresto, sempre per rapina e la svolta. Nel carcere di Udine conosce Arrigo Cavallina, ideologo dei proletari armati per il comunismo. Battisti confluisce nell’organizzazione ma praticamente non cambia mestiere: continua a compiere rapine a banche e supermercati, soprattutto in Lombardia dove si è trasferito. Dai cosidetti espropri proletari passa agli omicidi. E’ il salto di un piccolo teppista alla grande, sanguinosa cronaca nazionale.
Papuda non è un carcere qualsiasi, è una vera e propria cittadella: 7500 detenuti, divisi in cinque sezioni. Il direttore Marcio Marquez de Freitas ci accoglie con il vanto della visita, nel 1980, di Papa Giovanni Paolo II, e soprattutto con un altro vanto: “da qui non è mai evaso nessuno”, tanto per chiarire.
Cesare Battisti sta nella cella numero cinque del padiglione di transito. Posto scomodo ma privilegiato, riservato a ex poliziotti, laureati (che in Brasile evidentemente hanno un trattamento di favore) e, appunto, estradabili. Sono tre: Battisti, un austriaco condannato per evasione fiscale (con cui divide la cella) e un colombiano appartenente alle Farc. Lo spazio è angusto, c’è confusione, sulla mensola dietro al letto dell’italiano una fila di libri. Ci colpiscono due titoli: “Nemici pubblici” e, guarda caso, “I fuggitivi”. Lui intanto ne sta scrivendo un altro, un romanzo che si intitola “Ai piedi del mondo”. “Parla poco, è sempre isolato. Un tipo tranquillo ma pieno di tanta rabbia, si capisce che dentro ha un macigno” lo descrivono i medici del carcere.
Mentre stiamo a Papuda arrivano altri detenuti, qui arrivano ogni giorno. Battisti sta approfittando dell’ora d’aria. Chiediamo a de Freitas, il direttore, cosa ne pensa di Battisti. “Beh, qui non piace a nessuno”, ammette sottovoce. “Non possiamo dimenticare che ha ammazzato uno di noi”.
Uno di loro, cioè un poliziotto penitenziario. Si chiamava Antonio Santoro, la prima vittima del Battisti terrorista. Sei giugno 1978, Udine. Secondo il pentito Pietro Mutti, è stato proprio Cesare Battisti, uno dei leader dei Pac, l’esecutore materiale dell’omicidio del maresciallo capo, colpevole secondo il gruppo terroristico, di essere troppo duro con i detenuti. Per quel delitto e per altri tre Battisti è stato condannato, in contumacia, in via definitiva, all’ergastolo. Clamorosa la seconda quasi contemporanea azione. Il 16 febbraio del 1979. Tutto in un’ora, a distanza di pochi chilometri. A Venezia è assassinato il macellaio Lino Sabbadin, a Milano il gioielliere Pierluigi Torregiani. Sono stati condannati a morte dal cosidetto tribunale rivoluzionario con la stessa motivazione: hanno reagito a tentativi di rapina uccidendo compagni dei pac. Nel primo caso Battisti è stato accusato di essere ideatore e mandante, nel secondo episodio di aver offerto la copertura armata. Nel conflitto a fuoco fu colpito anche il figlio di Torregiani che da allora vive su una sedia a rotelle.
(Interv.)
L’ultima azione sanguinaria di cui è stato giudicato responsabile Cesare Battisti è del 19 aprile 1979. A morire, a Milano, Andrea Campagna, 25 anni, agente della Digos, raggiunto alle spalle e colpito alla testa, sotto casa della fidanzata. A sparare, secondo la giustizia italiana, ancora una volta Battisti.
La sua libertà dura poco. E’ arrestato in una vasta operazione antiterrorismo e rinchiuso nel carcere di Frosinone. Praticamente l’inizio della grande fuga. Due anni dopo, nel 1981, Battisti infatti evade. Si rifugia in Francia, dove passa in libertà la latitanza. Comincia a scrivere libri. Conosce una donna e diventa padre. Con lei scappa in Messico. Nel 1990, in una storia personale che sembra un film, attraversa nuovamente l’oceano e torna in Francia. Vive a Parigi da clandestino per un anno. Nell’aprile del 91 è arrestato, poi approfitta della dottrina Mitterand e dopo quattro mesi esce dal carcere. L’Italia richiede con forza la sua estradizione. Il tribunale francese la concede il 30 giugno del 2004. Ma Battisti scompare. Si saprà soltanto qualche anno dopo che l’ennesima fuga lo ha portato in Brasile. Grazie alle segnalazioni degli investigatori italiani è catturato tre anni dopo. Trova l’appoggio del ministro della giustizia Tarso Genro che a sorpresa e contro il parere di tutte le commissioni gli concede lo status di rifugiato politico, il 13 gennaio del 2009. Era tutto pronto per farlo uscire, in questa condizione, dal carcere di Papuda, ma l’Italia reagisce, si apre un contenzioso che dura ormai da dieci mesi. Il supremo tribunale federale, praticamente la corte costituzionale brasiliana, discute da allora sullo status di rifugiato. I giudici sono divisi. L’opinione pubblica anche. Per i giuristi quello status è un obbrobrio, si esprime anche il parlamento europeo che lo considera addirittura offensivo La discussione va avanti fra udienze interminabili. L’ultima parola sull’estradizione spetta comunque al presidente Lula. E Battisti sta sempre a Papuda, aspettando di sapere se la sua lunga fuga è veramente finita. La puntata di Tv7
Stamattina l’ultimo colpo ad effetto: Battisti scrive una lettera a Lula annunciando lo sciopero totale della fame. Lula, già in Europa, gli risponde: “lo sciopero della fame fa male”.


































