Ieri ho ricevuto questa lettera dalla Rai-Eri.
“Come lei certo sa, la nostra casa editrice si trova nella necessita’ di provvedere all’alleggerimento dello stoccaggio di magazzino, sacrificando quei volumi in cattivo stato di conservazione oppure il cui trend di vendita e’ stato negli ultimi tempi tale da far ritenere eccedenti le attuali giacenze. Le comunichiamo pertanto che procederemo, nei prossimi mesi, al macero della giacenza della sua opera. Le precisiamo che l’opera rimarra’ comunque in catalogo e un quantitativo di esemplari sara’ conservato nei nostri magazzini perche’ possano essere evasi gli ordini che dovessero pervenire direttamente alla Rai”.
Il libro in questione e’ “Armir, sulle tracce di un esercito perduto”. A suo tempo, quando e’ uscito, ha venduto molto bene. Il mio primo libro, scritto nel 1992, tredici anni fa: e sembra ieri. Ci tengo non solo perche’ e’ stato il primo ma per tutti i richiami professionali a un periodo interessante e intenso, a quei due anni passati nella Russia che cambiava, testimone di un mondo che diventava improvvisamente e faticosamente diverso. L’ho scritto di notte, nelle campagne ucraine, con il mio primo computer (una baracca), e fu uno scoop perche’ pubblicai documenti assolutamente inediti della vicenda tragica e misteriosa di quell’armata italiana scomparsa durante la seconda guerra mondiale nella valle del Don. Per la prima volta dopo cinquant’anni si aprivano gli archivi del Kgb e fu un’emozione ritrovare tracce di una realta’ che Stalin non solo aveva nascosto ma addirittura negato. Un impegno che gli storici dell’Armir mi hanno pubblicamente riconosciuto: “Gli italiani furono internati in molti lager sparsi su tutto il suolo sovietico. Un censimento vero e proprio di questi campi non è mai stato fatto e gli unici nomi di cui siamo venuti a conoscenza sono quelli ricordati dai reduci, nomi che evocano chiaramente la tragedia di quei momenti, come Susdal, Krinowaja, Oranki, Tambow. Diversi hanno provato a redigere una mappa di quei luoghi, soprattutto nell'immediato dopoguerra al rientro degli italiani sopravvissuti. L’elenco più attendibile è quello realizzato dall'inviato della Rai Pino Scaccia nel corso della sua inchiesta sull'Armir: il cronista conta 103 campi e li numera progressivamente (in questo caso si arriva fino al 510 e ciò attesta la cifra elevata di campi di prigionia)”. Ho vissuto emozioni personali anche piu’ forti dopo quando scoprii quanto conforto avevo portato a quelle ottantamila famiglie italiane che non avevano avuto piu’ notizie dei loro cari. Quando ho potuto mostrare a madri le foto dei figli e a mogli (allora giovanissime) le foto dei mariti partiti per quel fronte lontanissimo. La conferma di quello che avevo intuito fin nella prefazione: “c’e’ qualcosa di peggiore della morte, ed e’ il dubbio”. Potrei continuare ma mi fermo qui. Adesso quell’opera va al macero. Brutta parola, pessimo destino. Cerchero’ di comprarne piu’ copie possibili. Per fortuna ci sono almeno tre siti che hanno ancora online il libro. Tra i quali Libreria Universitaria. Non lo so, non so neanche se e’ la strada giusta (domani mi informero’ con la stessa Eri se c’e’ la possibilita’ di un acquisto diretto) ma e’ una strada che comunque mi piace condividere con voi. Allora, quando lo scrissi, non erano ancora i tempi di internet: ricordo che scrivevo a macchina e poi da Mosca spedivo il materiale a Roma con molte difficolta’ e il rischio di perderlo. Se lo avessi in word, giuro, adesso ve lo passerei: a futura memoria.





























