“Vittorio ora sta meglio. Al momento deve cercare di superare la pressione psicologica subita e farsi vedere da un medico per accertarsi che non ci siano conseguenza gravi alle percosse prese. Sembra invecchiato, a parte i segni dei tagli e i lividi, sembra invecchiato nell'anima. Mi dice che non è più lo stesso e gli credo. Ha preparato un dettagliato racconto personale dell'accaduto”.
Il racconto di Vittorio Arrigoni Del mio sangue si sono sporcati le divise e imbrattate le coscienze. Ma questo è stato il solo rossore che li ha coinvolti, il mio sangue, non il rosso della vergogna nell'adoperarsi a favore di un regime di discriminazione, non il rosso di un semaforo rosso alle loro violenze, non il rosso di un tramonto a tutto l'odio scaturito verso chi opera per la Pace. Sono ancora intorpidito, tornato da qualche ora in Italia, stamane risvegliandomi nella mia casa, fra la mia famiglia. Ho tratto un sospiro di sollievo. Ma permane lo sconforto per non trovarmi laddove avrei dovuto essere. Avevo tutte le buone intenzioni e la ragioni, e il diritto di oltrepassare il confine israeliano, invitato ad una conferenza internazionale sulla non violenza. Avevo raccolti dei soldi per un orfanotrofio di Tulkarem, cui rimando affezionato, e famiglie con cui ho condiviso in passato lutti e disgrazie, mi aspettano ormai da due anni. Sono stati giorni difficili, di tremendi sacrifici, specie dopo che sono stato messo in una cella in isolamento con una telecamera fissata sulla mia branda, 24 ore al giorno, sottoposto a privazioni fisiche e intimidazioni psicologiche. Vittorio Arrigoni segue su Dossier



























