Il giorno che ha cambiato il mondo per una volta non è un modo di dire. L’11 settembre è realmente uno spartiacque e tutti noi, da allora, viviamo in maniera diversa. Ricordo benissimo quel giorno: stavo salutando tutti in redazione quando mi sono fermato davanti al secondo aereo che s’infilava dentro le torri. Sono tornato a casa un mese dopo. Subito di corsa con Lilli Gruber a Fiumicino. Una giornata di attesa e poi saliamo sul primo aereo in assoluto che atterra a New York, passando per Detroit. A dicembre stavo a Kabul. E poi è arrivato l’Iraq. Cambiando la storia.
New York, settembre 2001. In questa New York ancora gelata dal dolore, l’aspetto più agghiacciante è il silenzio. Si prega anche senza parole, semplicemente stando insieme, come in Union Square, proprio a ridosso dell’apocalisse. Vado sulla prima avenue, al Bellevue hospital, dove arrivano i feriti, diventato il punto d’incontro sponteaneo di chi cerca qualcuno. Cartoline, biglietti, foto, fiori: hanno costruito quello che chiamano ormai il muro della preghiera che in realtà è un grande, angosciante monumento alla speranza infinita, purtroppo spesso l’illusione di ritrovare ancora in vita i propri cari. (…) Tra fiaccole e lacrime anche balli, di una forza struggente contro tutte le violenze…. Ma soprattutto canti: disperati, che invocano la pace. Si prega per chi non c’è più ma soprattutto per chi resta. Per il futuro del mondo. (…) La vedo male perchè gli americani sono realmente sul piede di guerra. La sensazione è palpabile girando nella rabbia di New York, attraversando il dolore. La metropoli più gioiosa e trasgressiva del pianeta è diventata (anche fisicamente) un enorme, straziante mausoleo. Il fumo ancora non e’ sparito e ti entra dentro. I “padroni del mondo” si sentono improvvisamente indifesi e questo mi spaventa. BlogTg1




























