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pubblicato da latorredibabele
In un attacco contro un mezzo militare italiano non lontano da Kabul il primo caporal maggiore Andrea Tomasello, del secondo Reggimento Alpini di Cuneo, è rimasto ferito agli arti in maniera non grave. L'attentato è avvenuto poco dopo le 6 nel distretto di Mushai, già al centro in passato di altri attacchi ai militari italiani, ad una trentina di chilometri da Kabul. Al passaggio di una pattuglia di militari è stato fatto esplodere un ordigno azionato a distanza: tre militari sono rimasti coinvolti, ma due di questi hanno riportato solo contusioni; l'altro è rimasto ferito in modo più grave alle gambe. Attualmente è sottoposto ad un intervento chirurgico, «ma - ribadiscono fonti della difesa - non è in pericolo di vita». L’esplosione ha investito un blindato Puma, coinvolgendo tre militari. Un nuovo attentato in Afghanistan ha fatto almeno 18 vittime e 22 feriti. Un kamikaze si è fatto esplodere in un bazaar che si trova nei pressi di una stazione di polizia a Del Aram, nel distretto di Farah. «Tra le vittime - ha detto il governatore Rohul Amin - ci sono sia poliziotti che civili».
pubblicato da latorredibabele
Attentato a Kabul contro il presidente Hamid Karzai mentre assisteva a una parata militare. Karzai ne è uscito incolume, ma i taleban parlano di successo, affermando di avere così dimostrato la loro capacità di colpire ovunque. In azione è entrato un commando composto, secondo quanto dichiarato da un portavoce dei taleban, da sei guerriglieri. Questi hanno lanciato dei razzi contro la tribuna delle autorità. Karzai, protetto dalle sue guardie del corpo, si è subito allontanato. Ne è seguita una sparatoria dai contorni ancora incerti, al termine della quale tre membri del commando sono rimasti uccisi. Morto anche un civile che assisteva alla parata militare, organizzata per celebrare il 16/o anniversario della caduta del regime filocomunista. L'allarme dell'ambasciata italiana
Oltre quaranta combattenti legati ai taleban sono stati uccisi in una operazione congiunta delle forze afghane e della Nato nel sud dell'Afghanistan. Lo ha annunciato il ministero della Difesa a Kabul definendo "terroristi" i combattenti, e senza precisare il numero esatto delle vittime e il luogo dell'operazione. L'esplosione di una bomba collocata ai bordi di una strada ha invece ucciso due soldati della coalizione internazionale guidata dagli Stati Uniti nella provincia meridionale di Kandahar. I ribelli taleban hanno piazzato centinaia di ordigni ai lati di strade nel 2007, un anno che detiene il record della violenza: oltre ottomila le persone uccise, duemila civili. Ansa.it Il grande affare delle armi Doppio attacco alla blindatissima Zona verde con razzi e mortai. Sette morti e sedici feriti durante una cerimonia religiosa in un distretto della capitale irachena. Altri dieci vittime a Mosul, vittime di un camion-bomba. E' il bilancio della mattinata in terra irachena, entrata da pochi giorni nel sesto anno dall'inizio della guerra e dalla fine della dittatura di Saddam Hussein. In tutto le vittime di oggi in Iraq sono state almeno sessanta. Repubblica.it Cinque anni di guerra (e quattromila soldati americani morti)
pubblicato da latorredibabele
Oltre ottomila persone decedute di morte violenta, una media di 500 attacchi e attentati al mese, un brusco incremento delle azioni terroristiche e della guerriglia nel 2007. Sono i dati sulla difficile situazione della sicurezza annunciati ieri in un rapporto dell'Onu dal segretario generale, Ban ki-moon. Secondo quanto riferito, gli episodi di violenza in Afghanistan hanno raggiunto nel 2007 il loro livello piu' alto dal giorno dell'invasione militare, nel 2001, per sovvertire il governo dei talebani. Il numero di attacchi suicidi e' passato dai 123 del 2006 ai 160 del 2007, mentre altri 68 tentativi di attentato sono stati sventati contro i 17 dell'anno precedente. Almeno 8.000 sono state le vittime, 1.500 delle quali civili. Ban ki-moon, in occasione della presentazione del programma, ha raccomandato l'estensione del mandato dell'Onu in Afghanistan per un anno. L'attuale scadenza e' prevista per il prossimo 23 marzo.
pubblicato da pinoscaccia
![]() Bamjian (Afghanistan). Adesso sul fianco della montagna ci sono due buchi neri. Ma è come se i Buddha ci fossero ancora: le cavità mostrano fattezze e profili delle due enormi, antichissime statue, distrutte dai talebani perché Allah è l’unico dio da adorare, spiegò la suprema corte islamica. Erano state costruite 1800 anni fa da una setta buddista, i Kushan, dalla cui etnia discendono proprio i pashtun. “I monaci ci avevano messo anni. I talebani solo un mese per devastarle, a colpi di cannone e dinamite” ci dice un abitante di Bamjian che sette anni fa seguì con le lacrime l’infamia. “E’ una rovina per il mondo – ci dice un altro abitante – ma lo è soprattutto per noi, quelle statue erano un’attrazione turistica, l’unica fonte di sopravvivenza”. La provincia di Bamjian, 200 mila abitanti, è in effetti la più povera e isolata di tutto l’Afghanistan. Specie d’inverno è irraggiungibile. Gli Stati Uniti si stanno fortemente impegnando nella ricostruzione e nell’appoggio alla popolazione, letteralmente alla fame. Un cambio di strategia importante, evidente, per risolvere la crisi. Non più solo guerra, ma aiuti: per quest’area sono stati stanziati nove milioni di dollari. Il sindaco Halzabard sa cosa serve: “Quasi mille chilometri di strade, per arrivare fino a Kandahar e poi scuole, ospedali. Oltre naturalmente alla ricostruzione dei Buddha”. Ci sono quattordici Paesi impegnati, fra cui l’Italia. Forse la soluzione è il laser. Bamjan può essere la svolta afghana, anche per il riscatto femminile. “Questa una volta era la via della seta– commenta Habiba –. Era uno dei luoghi più prosperi del Paese. Noi non vogliamo tornare ricchi, ma vogliamo almeno vivere”. Foto pubblicato da pinoscaccia
![]() Di ritorno dall'Afghanistan. L'America è un grande Paese. Vivere in America, anche fuori dell'America, è come vivere nel mondo intero. Ogni americano ha una faccia diversa, colori diversi, soprattutto origini diverse. Non esiste un Paese multietnico come gli Stati Uniti. Ti giri e ti ritrovi in un altro continente. Il grande miracolo è di essere riusciti a coagulare tutte queste diversità in un'unità assoluta. E dovremmo imparare: da noi un veneto si sente tanto lontano da un calabrese e loro stanno insieme anche se uno è nero e l'altro è giallo. Hanno uno spirito nazionalistico così forte da aver creato, appunto, il più grande Paese del mondo. Ma la loro forza è anche il loro limite. Per riuscire a sentirsi una cosa sola si sono dovuti dare regole ferree, rinunciare alle origini, talvolta all'anima, mettersi in testa il dischetto. Un giorno ho visto sulla divisa di un capitano un nome italiano e, per fare una battuta e dare un segno di vicinanza, gli ho detto: "Ah, sei italiano!". E lui, glaciale: "Sono americano". Sì, ma le origini... di dove? Risposta secca: "Napoli". E menomale che ha detto Napoli, non Naples. Divertente che quelli che invece mi cercavano non erano di origini italiane ma c'erano stati in missione e ne erano innamorati, tanto da orgogliosamente regalarmi qualche parola imparata. "Stato tre anni Pisa" "Due anni Aviano, conosci Aviano? Ah, gli spaghetti!". Certo che conosco Aviano. La mattina che abbiamo saputo della morte di due soldati polacchi (fra noi c'era anche un collega di Varsavia), ne parlavamo e un sottufficiale che ci ha sentito ha commentato "Normale, è la guerra". Normale un cazzo. E la guerra di chi, perchè? Questo è il problema. Individualmente sono persone normali, con le loro storie e la loro fragilità, simpatici, generosi. Tutti insieme si sentono sempre dalla parte della ragione e, peggio, invincibili. Il crollo del dollaro è stato uno choc (e noi al contrario con l'euro ci sentivamo ricchi). In una settimana abbondante passata insieme abbiamo scoperto grandi umanità, ma la sera, a lavoro finito, quando tornavano persone. Un quarantenne appena arrivato, con due figli a casa e la prospettiva di un anno lontano, euforico dall'avventura, ma con le foto della famiglia nel portafogli, sempre aperto. "Houston, Texas". Come se uno di noi dicesse: Viterbo, Lazio. Ecco, all'appartenenza allo Stato ci tengono. Due tenenti, quasi alla scadenza del mandato. Uno (North Virginia) è un ingegnere nucleare navale e, sperso ora fra le montagne, non vede l'ora di tornare sulla sua nave. L'altro (Florida) invece no, fra due mesi torna a fare il suo lavoro, che è il commerciante. C'è un'altra cosa che li unisce e fa parte del dischetto: il sorriso stampato. Sorridono sempre, anche quando sono incazzati duri. Ti mandano a quelpaese, ma solo dopo l'immancabile please. Abbiamo parlato di elezioni, la maggioranza ama Obama ma teme che vinca il veterano del Vietnam. Significa che hanno un'anima in fondo non guerrafondaia, però se parli della guerra non hanno dubbi: va fatta. Per il bene del mondo, of course. Sì, sono proprio un grandissimo Paese (e lo dico sinceramente) ma hanno il difetto di credere che su questo pianeta sia l'unico. Il dollaro perde il dominio del mondo pubblicato da pinoscaccia
Di ritorno da Kabul. In Afghanistan è guerra soprattutto di cifre. Abbiamo incontrato molti pezzi grossi, dal comandante supremo dell'Isaf generale McNeill al potente comandante della sezione sicurezza generale Cone, a rappresentanti civili afghani cominciando dai vertici Nato a Bruxelles e poi a Kabul passando per la provincia. Le domande erano sempre essenzialmente due: quanta parte del Paese è controllata ancora dai talebani e come uscire dal pantano. Le risposte alla prima domanda erano incredibilmente diverse: andavano dall'8 al 50 per cento e c'è chi dice addirittura di più. Le risposte alla terza domanda (legata alla prima) erano concordi ma di parte: per il comando americano il 2007 è stato l'anno della sconfitta talebana. Pressati dalle forze alleate gli insorti hanno ridotto gli attacchi a 45 (dai 90 dell'anno precedente). Naturalmente l'offensiva è stata decisiva: il fatto che contestualmente siano raddoppiate anche le vittime civili (da 230 a più di 500) è un dettaglio. E veniamo alla seconda domanda che riguarda proprio la popolazione. Convinti che l'attacco militare sia comunque ancora necessario perchè la sicurezza è lontanissima, almeno ufficialmente la strategia sta cambiando visto che la crisi non si risolve solo con le armi. Lo ha spiegato forse meglio di tutti l'ambasciatore William Word, simpatico cordiale e con le idee chiare. "Ogni giorno imparo a conoscere questo Paese multietnico grande e con molti problemi. Fondamentale è la miseria. Spesso la violenza nasce dalla fame, insomma molti giovani si affiancano ai talebani solo perchè pensano che possano migliorare la vita. Dobbiamo spezzare quest'assurdità, dobbiamo dimostrare che noi possiamo aiutarli. Migliorando le condizioni, dando innanzitutto da mangiare. Qui manca tutto: ospedali, scuole, strade. Si muore di fame e di freddo. L'impegno economico è pesante ma questo è l'unico modo per salvare l'Afghanistan". Gli ho chiesto: e quanto ci vorrà? "Non è facile rispondere perchè dipende anche dalla volontà degli afghani. Forse dieci anni, sicuramente noi resteremo qui finchè ci sarà bisogno, finchè non avranno più paura di vivere in pace". pubblicato da pinoscaccia
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Kabul. Mi rendo conto, alla fine del viaggio, che l'esperienza è stata faticosa ma molto interessante. Ho molte cose da raccontarvi e da mostrarvi: facce di ragazzi americani e facce di giovani afghani. Tante storie personali e tanti incontri. Tante immagini, non solo di guerra, ma anche di paesaggi. Ho girato molto soprattutto dall'alto, scoprendo un altro pezzo di un Paese che non si finisce mai di conoscere: sono entusiasta soprattutto di aver finalmente i buchi neri lasciati dai Buddha a Bamjian, lo desideravo da sette anni. Ma adesso non ce la faccio. Domani ennesima sveglia all'alba perchè prima di partire per Dubai, nel primo pomeriggio, non potevano mancare altri briefing. Ma conservo tutto: nella digitale, nel taccuino e soprattutto nella memoria. Sono riuscito a sentire Nasim e Shafique e sono contento, poche parole per coprire almeno la carenza di una Kabul che stavolta non ho visto. Fra tante immagini scelgo questa perchè forse rappresenta la chiave di volta della situazione. Insieme. Voglio credere che gli americani hanno finalmente capito che non si esce dalla crisi con la guerra, ma stando vicini a un popolo che va allontanato dai talebani.
pubblicato da pinoscaccia
Bagram. Ho chiesto, ovviamente, della prigione. Nessuno sa niente di niente e forse è vero perchè gestisce tutto la Cia. Qualcosa è: fino a poco tempo fa la prigione era addirittura negata. Il momento più brutto è quando arriva la notte. Ci hanno messo a dormire in camerata, con i soldati. Camerate enormi: non mi era capitato neppure quando ho fatto il militare (tanto tempo fa) e neppure quando ho dormito in qualche campo italiano. Non ero mai stato così scomodo neppure la prima volta afghana, subito dopo i talebani, nelle guest-house. E poi hanno un difetto fondamentale questi americani: la sveglia è comunque alle 4 che per noi europei ancora sotto fuso corrispondono a mezzanotte e mezza. Praticamente non dormiamo da una settimana. La notte a Bagram però è brutta soprattutto per il sottofondo sonoro, in certi momenti costante: i caccia che partono, con una gran fiammata che spezza il buio. E non ci vuole molto a capire dove vanno e perchè. Addormentarsi con una musica di morte è una sensazione molto triste.
pubblicato da pinoscaccia
Bagram. Torno a collegarmi dopo due giorni, passati nella cittadella della guerra. La base americana super segreta. Da qui partono gli aerei per gli attacchi al sud, qui ci sono le prigioni pre-Guantanamo, qui si studiano le strategie per abbattere i talebani. Due giorni duri, difficili. Interessanti due viaggi: a Kunar e soprattutto a Bamiyan dove ho visto i vuoti lasciati dai Buddha distrutti dalla follia fondamentalista. Vi racconterò tutto, con calma. pubblicato da pinoscaccia
Kabul. Ed eccomi di nuovo qui, un mese e mezzo dopo. Ma come era ovvio leggendo i programmi stavolta è tutto diverso. Ed è in fondo come se non stessi a Kabul. Ne ho vista solo un pezzetto, quei pochi metri dall'aeroporto all'ambasciata americana dentro un Gmc blindato. Questo sì che è un vero bunker, anzi una vera e propria città blindata. C'è un intero quartiere con gli alloggi e poi le varie palazzine comando e strutture riservate poi la caffetteria. Siamo ospitati con i fiocchi tanto che nei container-stanza che ci ospitano c'è addirittura il collegamento Lan con internet. Già, avete capito da dove vi sto scrivendo? Dall'interno della zona più inaccessibile dell'Afghanistan (l'altra è Bagram e ci andrò domani). In realtà, dopo una notte perennemente in viaggio, senza chiudere un occhio (chi ha parlato di vacanza, di riposo?) il calendario degli incontri è stato serrato. Pochi metri, sempre blindatissimi nonostante un percorso altamente protetto, fino al comando dell'Isaf. Senza telefoni, supercontrollati siamo entrati dove si decide il futuro dell'Afghanistan. Gli incontri sono stati importanti e qualcosa, tutto sommato, è trapelata. Prima ha parlato il famoso generale Azimi, portavoce del ministro della difesa afghano e senza troppi giri di parole ci ha spiegato che la chiave è quella di rompere il rapporto fra talebani e popolazione. Ma và! Lo hanno capito anche i talebani che invece hanno il progetto inverso. Poi ha ammesso che da soli ancora non ce la possono fare: insomma, restate. Quindi è arrivato il generale McNeill. Nel suo ruolo naturalmente ha ribadito che è "quasi" tutto sotto controllo, ricordando che questo è un Paese molto difficile. Ma quando anche a lui ho chiesto dei rapporti con Karzai ha risposto seccato, quasi rovinando il buon rapporto personale intavolato davanti a un piatto di spaghetti all'ambasciata italiana. "Non è vero", ha negato. "Lui fa quello che dico io. Non è vero che ha alzato la cresta, non se lo può permettere". Alla fine però ha ammesso: per risolvere la questione ci vogliono forze nuove, anche un comandante nuovo. Insomma, è stanco e sa che la storia è lunga ed è pronto al cambio, lui che è il veterano più veterano d'America (ha combattuto anche in Vietnam). Vabbè. Adesso a Kabul sono le dieci di sera e alle sei (quando da voi saranno le due di notte) sveglia per andare a Bagram dove staremo due giorni interi. Andremo in elicottero evitando una delle strade più pericolose del Paese. Quello di vedere le famosi prigioni chiamate l'anticamera di Guantanamo naturalmente è solo un sogno ma chissà, due giorni sono lunghi. Mi dispiace soltanto che finora non sono riuscito neppure a telefonare a Nasim nè a Shafique, nè all'ambasciata che sta qui a cinquanta metri. Di lusso, ma in fondo anche noi siamo prigionieri. Bruxelles. Parole, parole. Otto ore ininterrotte di parole. Briefing dopo briefing, anche durante il pranzo che per gli americani non può essere un pranzo normale, sennò si perde tempo, ma naturalmente un "working lunch". Insomma analisi su analisi per spiegare quant'è difficile sistemare le cose in Afghanistan. Grazie, lo sapevo: ma guai a dirglielo. Tutto sommato comunque sono ottimisti e smorzano anche le accuse di Gates. Non è vero che gli europei sono sanguisughe. Certo, non possono dirlo a otto giornalisti europei con cui cercano complicità mettendo in piedi quest'operazione. Dentro il quasi inaccessibile quartier generale della Nato, hanno parlato diplomatici, esperti della ricostruzione, addetti alla sicurezza, dirigenti dei team operativi. Interessante tutto sommato, ma niente di nuovo per chi conosce Kabul e dintorni. Ho chiesto a un pezzo grosso: ma è vero che avete litigato con Karzai? E lui: ma no! Però non mi è sembrato credibile. Ho chiesto anche quanto ci vorrà ad uscire dal pantano e quali sono le soluzioni, ma non ho ricevuto risposte concrete. Lo ammetto: erano domande troppo difficili. Dopo la scorpacciata di parole, due passi a Bruxelles. Città strana, contraddittoria: personalmente alle luci finte preferisco la città vecchia, più vera. Gli immigrati sono la maggioranza assoluta, per strada si vedono solo loro, di tutte le razze. I pochi belgi mi hanno colpito per l'assenza di sorrisi. Hanno preso il peggio di francesi e tedeschi. Sembrano tutti incavolati. E non per il freddo. pubblicato da pinoscaccia
Stavolta è diverso. Torno per l'ennesima volta in Afghanistan ma in condizioni che non ho mai vissuto. Farò parte di una missione multinazionale della Nato. Saremo otto reporter provenienti da Francia, Germania, Turchia, Repubblica ceka, Polonia, Gran Bretagna e Bulgaria oltre a me per l'Italia. Di fatto saremo embedded con le truppe americane. Solo di passaggio da Kabul dovremmo dormire a Bagram, la fortezza inespugnabile, la base dove dicono ci siano tutti i prigionieri di al Qaeda. Per il resto il programma è rigorosamente riservato anche se la presenza di elicotteri a disposizione della missione presuppone blitz in zone di operazione. E si sa dove è in corso l'offensiva: a Helmand e Kandahar. Non che mi piaccia molto essere embedded, nella sostanza prigioniero, ma l'ipotesi di visitare il fronte certamente è accattivante. Intanto domattina parto per Bruxelles da dove scatterà l'operazione europea. Non so come quando e da dove tornerò a farmi vivo, so già che non potrò dirvi tutto prima, ma certamente vi racconterò tutto, ma proprio tutto dopo, a missione finita. Spero di vedere i miei amici afghani, ma non ne sono sicuro e questo è l'unico vero cruccio insieme all'idea di dormire in un campo militare, di mangiare all'americana e di soffrire per fumare. Non pochi handicap per un gabbiano, ma cosa non si fa per una nuova esperienza?
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