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Se non diremo cose che a qualcuno spiaceranno, non diremo mai la verità ProfessioneReporter
pubblicato da scaccia martedì, 22 luglio 2008, 00:06 in balcani
E' stato arrestato Radovan Karadzic. Il leader politico serbo era latitante e ricercato dal Tribunale internazionale Penale dell'Aja con l'accusa di crimini di guerra. A suo carico era stato emesso un mandato di cattura internazionale eccezionale in base all'articolo 61 del Tribunale. Era al primo posto fra gli ultimi tre ricercati nella lista nera del Tribunale dell’Aja per i crimini nella ex Jugoslavia. Il suo nome è legato al massacro di Srebrenica, nel ‘95, con l’uccisione di migliaia di civili, tra i 12 e i 77 anni, massacrati in pochi giorni. Un’operazione che la Corte internazionale di giustizia ha definito «genocidio». Latitante fin dal 1995, Karadžic deve rispondere delle accuse di genocidio, crimini di guerra e contro l’umanità per il ruolo svolto nella sanguinosa guerra di Bosnia, la più feroce fra quelle scatenate dalla dissoluzione della Jugoslavia.
Ricordo Matteo Boe, l’ultimo capo dell’anonima sarda. Concepì tre figli in latitanza. Ne chiesi ragione alla compagna, Laura Manfredi. Lei sorrise: “Vuol dire che l’amore supera qualsiasi ostacolo”. Ho conosciuto da vicino anche la villa di Totò Riina, a due passi dalla strada più frequentata di Palermo. Nessuno sapeva? Ora la cattura, a Belgrado, della belva bosniaca. Da dieci anni era latitante a Belgrado, ma mica nascosto chissà dove: lavorava come medico in una clinica e partecipava come relatore ai convegni. Certo, si chiamava Dabic e non Karadzic, certo non aveva più quel faccione da poeta pazzo ma un barbone bianco. Ma come si fa a credere che non è stato preso solo quando serviva? Perso anche il Kosovo, la Serbia si è ritrovata a fare i conti con la solitudine, la ex Jugoslavia strappata a pezzettini, nonostante anni insaguinati, soprattutto da tipetti come il professor Radovan (poi dottor Dragan) convinti - anche lui - di una superiorità razziale solo perchè i montenegrini hanno la tibia più lunga del normale e dunque sono più alti. Ho frequentato in quegli anni Pale, il suo regno, da dove ho visto partire la morte diretta a Sarajevo che stava in fondo alla vallata. Mica era solo lui, erano tutti convinti i serbi. Come non bisogna dimenticare che gli orrori dei Balcani riguardano tutte le parti, per non parlare degli occhi chiusi della Nato. Una gigantesca strage che in molti devono sentire sulla coscienza. Adesso paga lui e se lo merita ampiamente. Quel che non mi piace è sapere che la pagherà solo perchè c’è chi ha deciso di entrare in Europa. Politica insomma, anche stavolta. I latitanti
pubblicato da pinoscaccia venerdì, 11 luglio 2008, 19:35 in trieste, balcani
Domattina parto per Trieste. E’ un appuntamento annuale, ritrovo tanti amici, sento il desiderio e il bisogno di onorare un glorioso collega caduto proprio nei Balcani. La storia di Marco Luchetta, oltre che dolorosa, è sintomatica dei rischi che un reporter corre anche a guerra finita. E’ il coraggio dei testimoni che hanno il compito di documentare tragedie che molta parte del mondo spesso accantona. Da quel sacrificio è nata una fondazione con grande generosità ed entusiasmo che si occupa dei più fragili, dei bambini. Perchè la storia di Marco è legata proprio a un bambino. Blog Tg1 Tra Kabul e Sarajevo: la paura
pubblicato da pinoscaccia giovedì, 21 febbraio 2008, 23:13 in balcani, bruxelles
Bruxelles. Parlavo qualche giorno fa dell'Italia, di quanto fosse bello e da difendere il nostro Paese. Qui il discorso si allarga. Nel cuore d'Europa ti rendi conto che il continente non riesce a decollare. Eppure anche qui ci si sente a casa. Sono entrato in Belgio senza far vedere passaporto, niente, proprio come un volo nazionale. E' già stato detto che gli europei hanno radici locali troppo antiche e troppo forti per credere in un reale discorso comune. Non è insomma come negli Stati Uniti dove si è partiti da zero e tutti si sono sentiti americani. Ma è un peccato perchè un'Europa forte può davvero dire la sua ed essere nobilissimo contraltare ai cosidetti padroni del mondo. Rifaremo il discorso ma certo che da qui fa ancora più male leggere le notizie che arrivano da Belgrado. Cosa fanno i serbi? Non vanno in Kosovo, ma devastano la propria capitale, assaltano le ambasciate, sfogano una rabbia che confina con l'odio. Così i Balcani tornano a infiammarsi e non è un bel segno, con tante aree del mondo in piena guerra.
pubblicato da latorredibabele domenica, 17 febbraio 2008, 18:09 in balcani
Il Parlamento kosovaro ha proclamato l'indipendenza unilaterale dalla Serbia. L'assemblea, riunita in seduta straordinaria, ha approvato con un'acclamazione la proposta letta in aula dal primo ministro Hashim Thaci: quella che era una provincia serba ha così scelto di staccarsi e diventare uno Stato "indipendente e sovrano". Immediata la reazione di Belgrado: il presidente serbo Boris Tadic, appoggiato pienamente da Mosca, ha ribadito che il suo paese non riconoscerà mai l'indipendenza. Repubblica.it
Quella del Kosovo forse è stata l'unica guerra dei giorni nostri che ho seguito da fuori. Ho sentito tutto il dramma di un conflitto sanguinoso, rabbioso, ferocissimo attraverso le vittime. Sono stato giorni a Kukes, dalla parte albanese, e ho visto sfilare le vittime. Immagini da far venire le lacrime: arrivavano solo donne e bambini. Quel che ricordo, e che ho ancora dentro, sono i loro occhi: vuoti, senza niente, nè il presente, nè il passato cancellato dalla barbarie. Otto anni fa esatti. Sono andato a Pristina nel 2006 e quel che mi ha spaventato è stato l'odio, ancora presente. Adesso il Kosovo ha deciso autonomamente l'indipendenza. Certo non sono più i tempi della Croazia quando Belgrado difendeva con i cannoni i propri territori, ma non sarà comunque un periodo facile. E' già successo in Montenegro, si ripeterà. La storia ha scritto forse l'ultima pagina del dopo Tito, la fine cioè del sogno impossibile del dittatore jugoslavo che aveva inventato uno Stato che non c'era. Come è successo peraltro con l'Unione Sovietica di Stalin. Non vorrei bestemmiare, perchè il dolore nei Balcani è stato grande, ma è una lezione che vale anche per la nostra chiassosa politica. Le coalizioni forzate, insomma, non hanno vita lunga. Stare insieme deve essere una scelta, non un'imposizione.
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