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pubblicato da latorredibabele
Alla fine è arrivata la conferma ufficiale, a mezzogiorno in punto, con la nomina decisa dal Papa ad arcivescovo metropolita di Campobasso-Bojano. Ma l'attesa è stata tutta nella sua Locri, per l'ultima messa di mons. Giancarlo Maria Bregantini nella cattedrale della Locride, per il suo addio dopo tanti anni. Un addio carico di rabbia, passione, lacrime, proteste, raccolte di firme da parte di chi c'era e anche da parte di chi non ha potuto assistere di persona all'ultimo atto di un vescovo così amato, così dentro il sentire profondo della sua gente. La Locride si è sentita come tradita ma il sentimento di un ennesimo abbandono è stato in verità di tutta la Calabria. Bregantini ha rappresentato, infatti, non solo e non tanto la tradizionale figura del prete antimafia ma qualcosa di più, "di molto di più", dice Sisinio Zito, oggi sindaco di Roccella Jonica ed in passato senatore socialista e uomo di governo. Ansa BlogFriends
Sei calabresi giustiziati a Duisburg, in Germania La strage di Duisburg sarebbe, secondo gli inquirenti calabresi, l’appendice all’omicidio nel giorno di Natale dell’anno scorso di Maria Strangio, moglie di un esponente di spicco della ‘ndrina, la mafia d’Aspromonte. Una faida esplosa secondo le cronache nel 1991 nella piazza di San Luca per motivi banalissimi, un lancio di uova durante le feste di Carnevale. Ma in realta’ lo scontro sanguinoso fra le famiglie Strangio-Nirta e Vottari-Pelle-Romeo ha radici piu antiche e sicuramente piu profonde. Il paese di Corrado Alvaro, cinque cognomi in tutto, e’ stato comandato per mezzo secolo dalla cosca dei Nirta chiamata non casualmente “la maggiore”. Furono i Nirta ad intuire negli anni 70 che i sequestri di persona potevano diventare un’industria. E cosi’ rapirono intanto un miliardario, Paul Getty, reinvestendo il riscatto in droga. Lo fecero per decenni fino all’alleanza con gli Strangio responsabili di lunghi sequestri italiani fra cui quelli di Casella, Celadon e Cortellezzi. Nel 1989 pero’ il clima cambio’ e la mafia pastorale lascio’ il passo alla nuova criminalita’. Quell’anno incontrammo il capostipite della cosca, don Ciccio Nirta, che poco prima di morire ci rilascio’ quasi un testamento della vecchia ‘ndrangheta.Al vecchio boss avevano appena ucciso il figlio Bruno e un altro, Antonio, era stato appena arrestato. Secondo il pentito Morabito era nel commando di via Fani. Un anno dopo gli uccisero anche il fratello Giuseppe. Era l’inizio della fine per un clan arrivato fino a un patto con la mafia siciliana: l’esplosivo di Capaci in cambio di tonnellate di cocaina poi scaricate sul mercato mondiale, fino in Australia. Ora ci sono queste nuove famiglie, feroci, senza regole. E la scia di sangue si allunga.
Sta per scoppiare una guerra tra cosche calabresi affilate alla 'ndrangheta. E' l'allrme lanciato dal procuratore nazionale antimafia Piero Grasso. ''La frequenza dei sequestri di armi ritrovate nei container che arrivano al porto di Gioia Tauro fa pensare che ci si prepari ad una guerra, anche per la tipologia delle armi", ha detto il Procuratore all'audizione sulla criminalità organizzata iniziato innanzi alla Commissione Antimafia presieduta da Francesco Forgione. In sostanza, il ritrovamento di questi "veri e propri arsenali" potrebbe far pensare alla possibilità che tra le cosche calabresi sia imminente un 'regolamento di conti'. In proposito Grasso ha osservato che "diversamente dalla strategia di sommersione scelta da Cosa Nostra dopo l'arresto di Bernardo Provenzano, dalla 'ndrangheta emerge la consapevolezza della propria 'potenza economica' (raggiunta soprattutto con il traffico di stupefacenti del quale ha quasi il monopolio) che, ad esempio, ha portato le 'ndrine a compiere numerosi atti intimidatori nei confronti degli amministratori locali culminati nell'uccisione del vicepresidente della Regione Francesco Fortugno". Un altro 'settore' di estensione degli 'affari' della 'ndrangheta e' quello del traffico di esseri umani: "Sulla costa crotonese - ha detto Grasso - si è svolta quasi una cessione di territorio per la prostituzione che le cosche hanno ceduto ai clan stranieri in cambio di droga a prezzi stracciati". (Ansa) Dove va la mafia
pubblicato da pinoscaccia
Il sito di "E adesso ammazzateci tutti" Un amico d'Aspromonte ha definito quella in Calabria la "venticinquesima guerra" in corso. Un'iperbole, naturalmente, per sottolineare lo sforzo di uscire da una situazione di crisi antica e difficile. E' una delle tante "guerre" italiane contro una mafia da estirpare. Ottenuto qualche risultato in Sicilia, anche Napoli è alle prese con gli stessi problemi, tanto per sottolineare i fenomeni più gravi e attuali. Noi stiamo profondamente dalla parte dei ragazzi di Locri che finalmente hanno rotto un muro di omertà e convivenze. E' un mondo che conosciamo direttamente, avendone testimoniando per almeno due anni durante quell'infamia dei sequestri di persona, il delitto più abietto perchè fa leva sui sentimenti. Quella realtà è lontana e purtroppo ancora vicina, anche se i rapimenti sono stati sostituiti da malaffari scelleratamente più redditizi. Ricordo che in Calabria lo chiamano "u ventu infettu", l'aria cattiva. Per troppo tempo ha coperto tutto e tutti. Adesso non più tutti: e quelli che hanno avuto la voglia e la forza di ribellarsi non vanno mai più lasciati soli. Aggressione in pieno centro di Lamezia Terme, la scorsa notte. Un ragazzo, minorenne, è stato pestato a sangue da quattro ragazzi, più grandi di lui, alcuni maggiorenni, colpendolo con calci allo stomaco e pugni in viso e più volte sbattuto la testa al muro. Il ragazzo ha riportato un trauma cranico ed aveva inoltre il volto tumefatto e sanguinante. Il fatto è avvenuto dietro il corso Giovanni Nicotera, vicino al Teatro Grandinetti, luogo di ritrovo della maggior parte dei giovani lametini. Intorno alla rissa c'erano tanti giovani ed adulti, ma nessuno è intervenuto per soccorrere il minore. Solo alcune ragazze, tutte minorenni, imploravano i quattro teppisti di lasciare stare la vittima. Un passante, vedendo quello che stava accadendo, ha avvisato la polizia che però, quando è giunta sul posto, non ha trovato gli aggressori.
La mafia in Puglia, Campania, Calabria e Sicilia può contare su un esercito di 1.721 piccoli soldati: bambini di dieci anni e mezzo arruolati dai clan e con la vita praticamente segnata, scadenzata da provvedimenti dell'autorità giudiziaria. Un dato sconfortante, emerso a Bari durante il convegno nazionale "I ragazzi della mafia", organizzato dall'Associazione dei magistrati per i minorenni e la famiglia e dalla Camera minorile di Bari. Magistrati, sociologi e operatori hanno messo insieme i pezzi di un'inchiesta, avviata a 360 gradi sulla situazione nelle quattro regioni a rischio del sud Italia, nel tentativo di arrivare ad un percorso comune di prevenzione e riabilitazione.
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